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Con MEGA Popsophia esplora l'arte del futuro ricordando la lezione del passato: "Novità, qualità e civitanovesità le nostre stelle polari"

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Su il sipario sul festival che inneggia ai 10 anni di Popsophia. Con l’inaugurazione di oggi pomeriggio di MEGA, la Meta-Galleria che affascinerà i visitatori alla palazzina sud del Lido Cluana, si apre il weekend di Rocksophia, la tre giorni che da venerdì a domenica esplorerà tre figure cardine della cultura popolare del nostro tempo: Vasco Rossi, Raffaella Carrà e Lucio Dalla.

Oggi però era il grande giorno di MEGA, l’esposizione virtuale che proietta Popsophia nel futuro senza dimenticare il passato. Basterà indossare un visore VR, accomodarsi su uno dei puff all’interno della palazzina e lasciarsi trasportare dal viaggio virtuale creato dallo studio Ruggeri secondo le indicazioni del digital artist Massimo Macellari.

È stato il patron Evio Hermas Ercoli a contestualizzare l’iniziativa, partendo dalla storia di Popsophia. «Questa mostra, chiamiamola così, è il frutto di un momento celebrativo per il decennale di Popsophia che dovevamo e volevamo fare – ha spiegato Ercoli – siamo arrivati a Civitanova sul finire del primo decennio dei Duemila guardando a tre aspetti: novità, qualità e civitanovesità. Apparimmo nel 2009 con “Tutto in gioco”, una tre mesi di appuntamenti tutti improntati sulla filosofia pop. Da quella esperienza abbiamo scombussolato tutto, ma lo abbiamo fatto mettendo in mostra un pensiero, non il pubblico o dei personaggi e quella è stata una lettura della nostra esperienza che ha impedito di mettere in dialettica il pensiero. La novità non era né la gente né il personaggio. Il personaggio è una cura al provincialismo: ti fa sentire importante, dentro il dibattito nazionale. Ma il nostro pensiero era quello di prendere in serissima considerazione le cose non serie, l’inutile. Abbiamo valorizzato gli oggetti, gli abiti, le canzonette, tutte le cose considerate non di cultura. Abbiamo rovesciato la scala dei valori, prendendo molto sul serio ciò che serio non è, un po’ come avevano fatto Deleuze, Deridda o Warhol. Eravamo e siamo profondamente superficiali. Diamo il palco al prodotto più infimo spremendolo fino al midollo per cercare dargli un senso. E non a caso “Un senso” di Vasco Rossi, che ritorna in questi giorni, fu la nostra prima sigla. Popsophia allora fu fronteggiata subito da due parti: da un lato si diceva che era una buona maniera per fare divulgazione, ma dall’altro che gli argomenti seri erano ben altro. Ma Popsophia non ci si impegna solo con la filosofia, ma anche con le sensazioni, il gusto, la psicanalisi. Mobilitiamo tutto per aggredire il prodotto culturale di massa, che essendo prodotto dell’uomo contiene al suo interno tutti i segreti dell’uomo».

Un viaggio superficiale e profondo, affascinante e tortuoso che Ercoli ha cercato di trasformare in un prodotto artistico che andasse oltre la semplice esibizione di una scultura, una tela, una foto. «Retaggi del passato in un paese abituato sempre e solo a guardare all’indietro, anche in quella che si fa chiamare arte contemporanea», ha ribadito il patron di Popsophia. E allora MEGA accoglie al suo interno le radici della filosofia applicata alla cultura di massa per trasformarle in qualcosa di nuovo, di unico. Una app web, fruibile da pc, smartphone o, come in questa occasione, visore VR, cui si accede seguendo un percorso obbligato, accompagnato da descrizioni, suoni e immagini. Un viaggio in sette tappe che inizia in Irlanda e finisce a Civitanova, seguendo il simbolo di Popsophia: la spirale. «Un simbolo ambiguo, che si muove guardandolo, che si modifica con la nostra percezione, la spirale accompagna tutta la storia dell’umanità – ha concluso Ercoli – la prima tappa di MEGA è Newgrange. Un monumento preistorico situato in Irlanda dove una sola volta all’anno, all’alba del solstizio d’inverno, un raggio di sole penetra in un lungo corridoio che va ad illuminare la vasca dell’eroe. Il simbolo della vita che vince sulla morte. Da lì saltiamo a colui che ha distrutto l’arte nel senso classico del termine: Duchamp, colui che ha trasformato un orinatoio in un’opera e che ha portato la spirale al cinema. E poi Man Ray e Salvador Dalì, fino all’ultimo passo del nostro percorso: un’opera di cinque minuti realizzata da Massimo Macellari, dove linee rette e spirali continuano l’eterna lotta tra di loro. Ma non svelerò di più».

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Questo è un articolo pubblicato il 28-07-2022 alle 20:55 sul giornale del 29 luglio 2022 - 203 letture






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