Vivere la Storia: l'infinita poetessa, dal vissuto 'rossoblu'

Vivere la Storia 4' di lettura 22/05/2015 - Sibilla Aleramo, detta "Rina", fu una scrittrice e poetessa italiane e nacque ad Alessandria il 14 agosto 1876 e morì a Roma il 13 gennaio 1960. Figlia di Ambrogio Faccio (professore di scienze) e di Ernesta Cottino (casalinga) era la maggiore di quattro fratelli. Trascorse l'infanzia a Milano fino all'età di dodici anni quando interruppe gli studi per il trasferimento della famiglia a Civitanova Marche dove il marchese Sesto Ciccolini aveva offerto al padre la direzione della propria azienda industriale, fu proprio il padre a spingere Rina a impiegarsi come contabile nello stesso stabilimento.

Prigioniera in una convivenza squallida con un marito non stimato e di una vita condotta in una cittadina della quale percepiva il gretto provincialismo, credette di trovare nella cura del suo primo figlio Walter, nato nel 1895, una fuga dall'oppressione della propria esistenza. La caduta di questa illusione la portò a un tentativo di suicidio dal quale volle sollevarsi attraverso un personale impegno nel realizzare aspirazioni umanitarie con letture e scritti di articoli che le furono pubblicati a partire dal 1897, nella «Gazzetta letteraria», ne «L'Indipendente», nella rivista femminista «Vita moderna», e nel periodico, di ispirazione socialista, «Vita internazionale».

Il suo impegno femminista non si limitò alla scrittura ma si concretizzò nel tentativo di costituire sezioni del movimento delle donne e nella partecipazione a manifestazioni per il diritto di voto e per la lotta contro la prostituzione.

Trasferitasi nel 1899 a Milano dove il marito, licenziato dall'impiego, aveva avviato un'attività commerciale, a Rina Faccio fu affidata la direzione del settimanale socialista «L'Italia femminile» (fondato da Emilia Mariani) nel quale tenne in particolare una rubrica di discussione con le lettrici e ricercò la collaborazione di intellettuali progressisti (Giovanni Cena, Paolo Mantegazza, Maria Montessori, Ada Negri, Matilde Serao ed Alessandrina Ravizza) e conobbe influenti dirigenti socialisti come Anna Kuliscioff e Filippo Turati, e iniziò una relazione con il poeta Guglielmo Felice Damiani.

In seguito a dissensi con l'editore Lamberto Mondaini lasciò già nel gennaio del 1900 la direzione del settimanale 'unione femminile nazionale' e dovette seguire la famiglia nuovamente a Porto Civitanova dove il marito aveva ricevuto l'incarico di dirigere la fabbrica al posto del suocero dimissionario. I difficili rapporti familiari la convinsero ad abbandonare marito e figlio trasferendosi a Roma nel febbraio del 1902 e legandosi a Giovanni Cena, direttore della rivista «Nuova Antologia» alla quale la signora Faccio collaborò e iniziò a scrivere, su sollecitazione dello stesso Cena, il nuovo romanzo "Una donna". Edito nel 1906, lo stesso racconta la sua stessa vita, dall'infanzia fino alla sofferta decisione di lasciare il marito e soprattutto il figlio in nome dell'affermazione di una vita libera e consapevole preferendo la 'fuga' come soluzione contro la costrizione e l'umiliazione dell'esistenza che un'ipocrita ideologia del sacrificio intende imporre alle donne.

"Una donna" fu pubblicato sotto lo pseudonimo di Sibilla Aleramo, suggerito da Giovanni Cena, che trasse il cognome Aleramo dalla poesia del Carducci Piemonte e, da allora, divenne il suo nome nella letteratura e nella vita. Lo stesso Cena volle anche rivedere il manoscritto come rivelò la scrittrice: «Asportò egli dal mio libro le pagine dove io dicevo il mio amore per Felice. Ed io lasciai amputare così quello che voleva, che gridava essere opera di verità. Come un altro qualunque dei tagli operati sul manoscritto, come su un qualunque lavoro letterario. Uncinò i margini con parole sue». Il libro ottenne subito un grande successo e fu presto tradotto in quasi tutti i paesi europei e perfino negli Stati Uniti.

Terminata la relazione con Cena condusse una vita piuttosto errabonda. Ebbe una relazione con la giovane intellettuale ravennate Lina Poletti, nel 1911 soggiornò a Firenze collaborando al 'Marzocco'. Nel 1913, a Milano, si avvicinò ai Futuristi ed, a Parigi (1913-1914), conobbe Guillaume Apollinaire ed a Roma la scrittrice Grazia Deledda. In questo periodo ebbe numerose e brevi relazioni sentimentali come lei stessa raccontò più tardi nelle pagine dei diari, il primo della 'lista' fu Vincenzo Cardarelli seguito da altre personalità già celebri o che lo divennero poi come Giovanni Papini, Giovanni Boine, Clemente Rebora, Umberto Boccioni, Salvatore Quasimodo, Raffaello Franchi. Nel 1936 si innamorò di Franco Matacotta, uno studente di quarant'anni più giovane di lei ed al quale restò legata per 10 anni.

Al termine della seconda guerra mondiale si iscrisse al 'PCI' impegnandosi intensamente in campo politico e sociale e collaborando con l'Unità. Morì a Roma ad ottantatré anni nel 1960 dopo una lunga malattia. È sepolta presso il Cimitero del Verano di Roma.






Questo è un articolo pubblicato il 22-05-2015 alle 21:55 sul giornale del 23 maggio 2015 - 1107 letture

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