A proposito di Islam e terrorismo

terrorismo 8' di lettura 12/12/2008 -  Il dibattito politico che si è innescato a proposito  della limitazione della costruzione di nuove Moschee , della individuazione degli IMAM e della conoscenza dei messaggi che vengono propinati ai proseliti di tale Credo religioso trova ovviamente la sua  ragion d\'essere  nel fatto che  in quelle sedi si sono verificati - come sembra -  anche episodi di addestramento al fanatismo e al reclutamento di terroristi

Gli attentati terroristici che hanno insanguinato il mondo prima e dopo l\'11 Settembre del 2001 ci indicano che la Comunità internazionale è costretta ad affrontare una nuova sfida : l\'esplosione di tali fenomeni costituisce ovviamente l\' indicatore che sono in via di maturazione dei cambiamenti nei rapporti di forza tra il mondo occidentale ed il mondo Islamico e negli equilibri economici internazionali.


Non credo sia giusto affidare la soluzione del conflitto alle armi come non sarebbe saggio affidarsi ad un declamato e vuoto pacifismo; l\'uno e l\'altro sistema rappresentano due diversi modi per affrontare il problema senza la speranza di una valida soluzione.


Al tempo dell\'inizio dell\'ultima guerra in Iraq si propagandava che il terrorismo era la conseguenza della pretesa occidentale di avere il controllo dei giacimenti petroliferi del Medio Oriente ma niente è più errato e falso perchè il problema è più complesso.


Mentre da un lato vi sono i Paesi Occidentali, alcuni anche produttori a loro volta di petrolio che addirittura reggono il loro tenore di vita essenzialmente sulla estrazione e la commercializzazione dello stesso , che hanno interesse ad avere il controllo della stabilità del prezzo del barile, dall\'altro gli stessi Paesi Occidentali e anche Orientali si pongono il problema che per controllare il prezzo del greggio ed il suo mercato è necessario anche che tutti i Paesi produttori compreso l\'Iraq, l\'Arabia Saudita e gli altri paesi produttori, siano allineati sulla stessa strategia di stabilità di produzione e del prezzo e, conseguentemente, che in alcuni Paesi , in cui non vi è stata mai una stabilità politica per garantire a sua volta una politica uniforme con i Paesi produttori di Petrolio, vi sia una anche un controllo esterno politico ed economico , indipendentemente dei regimi in essi imperanti.


Chiariti gli aspetti di varia natura che sono alla base del nostro ragionamento, bisogna anche aggiungere che i Paesi produttori di greggio nel Medio Oriente sono nelle mani di ristrette oligarchie che, mentre da un lato sono vincolate ad allinearsi ad un criterio di stabilità produttiva e di cartello, dall\'altro hanno anche l\'interesse a mantenere le loro posizioni di privilegio e, per far questo, ritengono di dover anche coltivare l\'interesse a non far emergere un concetto di libertà e di democrazia tra le loro genti come noi la intendiamo.


In questo ultimo caso la religione viene artatamente saldata con gli interessi di forze economiche e di pochi localizzate in regioni che quei regimi del Medio Oriente non a caso considerano o fanno considerare, anche sul piano religioso, inviolabili dall\'Occidente.


Da quest\'ultimo aspetto prende forma e si scatena poi il fenomeno del terrorismo che , come tutti i terrorismi non rappresenta altro che la coartazione psicologica dei più deboli per una lotta rappresentata come ideale ma che in realtà non è ideale perchè è una lotta solamente di potere o per la salvaguardia del potere e dei priviliegi di pochi.


Seminare il terrore costituisce l\'unico metodo per soggiogare le masse e ritardare i processi democratici ed il fondamentalismo islamico non è altro quel collante o quella carica ideale per quanti si dedicano e muoiono per una causa che , in realtà , come abbiamo spiegato, non è la loro causa. E\' facile anche intuire perchè il loro reclutamento assume anche aspetti di costrizione al punto che il proselito prescelto non possa poi mai sottrarsi al compito a lui assegnato se non a scapito della sua stessa incolumità e della incolumità dei suoi stessi familiari .


Avuto presente questo complesso e articolato quadro generale del problema , si capisce perfettamente che è errato pensare alle armi o solo alle armi così come è demenziale abbandonarsi ad atteggiamenti di mera declamazione del pacifismo.


Occorre ovviamente arginare il fenomeno nella sua complessità attraverso una azione di contrasto mass-mediatica verso il proselitismo fondamentalista ed il diffondersi di idee errate in tutti coloro che praticano la religione islamica perchè comprendano e prendano coscienza che dal loro stesso comportamento incombe una minaccia non solamente sulla loro incolumità ma anche sulla incolumità dell\'intera umanità.


Occorre anche che, attraverso una azione martellante ugualmente dei Mass-media, molti Paesi produttori di petrolio si rendano conto che un minimo di democrazia o di libertà sono anche necessarie per far si che si creino migliori condizioni di vita ed una prosperità evitando la migrazione delle loro genti verso l\'Occidente.


Saddam Hussein ha sbagliato ed ha pagato con la vita perchè oltre a non frenare il fondamentalismo ed il proliferarsi del terrorismo nel suo Paese non era neppure un allineato ad una strategia complessiva di stabilità del prezzo del greggio e voleva cantare fuori dal coro contro gli interessi economici Occidentali, Orientali e di noi tutti , creando quella pericolosa ed incontrollabile instabilità del prezzo del barile sui mercati internazionali con ripercussioni ovvie sulle economie dei singoli Paesi.


Vi erano quindi più ragioni che,messe insieme, hanno determinato lo scatenarsi di una Guerra.


Ora giudicare se l\'ONU e l\'Amm.ne Americana hanno fatto bene o hanno fatto male ad imbracciare le armi contro l\'Iraq è difficile dire ma qualcosa di simile andava pur fatto; ma ,quantomeno, la Guerra non doveva essere portata attaccando a testa bassa come è avvenuto e come è nello stile delle campagne militari tanto predilette dalle gerarchie e dalle Scuole Militari Americane.


Ritengo che in Irak sia stata sbagliata completamente la tattica e la strategia militare con tutte le conseguenze che vi sono state a seguito degli incontrollabili attacchi terroristici. Non si trattava di una guerra di posizione come sta scritto nei manuali della scuola militare ma di contrastare un fenomeno più complesso.


Non serviva, infatti, invadere l\'Iraq in 20 giorni e detronizzare Saddam, ma serviva che attraverso una azione militare graduale, costante e martellante si fosse dapprima arrivati alla formazione del Kurdistan Iracheno a Nord e, successivamente, alla liberazione della zona sciita meridionale e, quindi, si fosse giunti, con tutta calma ed a tempo debito, al rovesciamento di Saddam sotto la sola spinta delle forze interne più moderate e più democratiche del quel Paese.


Sicuramente ci sarebbe stato meno spargimento di sangue ed un controllo più marcato e più trascinato nel tempo di tutta l\'area senza che avessero poi avuto il sopravvento le forze terroristiche.


Portare dall\'esterno in quei paesi la democrazia con la forza scatenante delle armi è stata una pura follia. Serviva invece che, anche con l\'ausilio delle armi, si fosse innescato un graduale processo democratico con la sola speranza che esso avesse attecchito e progressivamente maturato.


E\' facile immaginare che in un simile quadro che invece si è concretizzato, attraverso la strategia posta in essere, tutti i militari della coalizione, in quanto portatori di quella osteggiata democrazia di cui ho detto insieme alle stesse associazioni umanitarie, hanno rischiato la loro vita oltre il limite del ragionevole e del comprensibile. Non ho difficoltà ad immaginare neppure che, non marginalmente seppur per ragioni diverse, il terrorismo islamico si sia saldato anche con il terrorismo italiano.


Nel momento in cui si discuteva se ritirarsi o non ritirarsi dall\'Iraq e mentre Bin Laden teneva testa nell\'opinione pubblica con i suoi messaggi di morte,, in un articolo apparso sul sito nazionale del Partito Socialdemocratico ( poi tradotto dalla redazione in Inglese perchè avesse attraversato l\'Atlantico e avesse raggiunto il Pentagono ed il Congresso Americano ) unitamente ai concetti espressi nel presente documento rappresentai anche che per uscire a testa alta dalla lotta al terrorismo era necessario cambiare di 180 ° la strategia militare e fare si che non si fosse invaso tutto l\' Iraq ma che fosse stato lasciato un territorio franco per i terroristi . All\'epoca le Forze Militari annaspavano nel buio più totale e non vorrei avere la presunzione nel credere che anche quel suggerimento fosse servito se oggi la situazione in Iraq ed in Afganistan si presenta leggermente diversa e le azioni militari sono state in grado di portare colpi più decisivi .






Questo è un articolo pubblicato il 12-12-2008 alle 01:01 sul giornale del 12 dicembre 2008 - 944 letture

In questo articolo si parla di attualità, macerata, giuseppe pigliapoco