"Il nostro Kobe Bryant": la parabola interrotta di Attila

8' di lettura 24/06/2020 - Lettino in prima fila vista mare, abbronzatura a puntino, un sorriso e un saluto praticamente per chiunque gli passasse vicino. Attilio Pierini era così, campione in campo e uomo alla mano fuori. Un ragazzo che amava stare tra la gente e godersi la vita, tra una serata con la moglie Francesca, una cena con gli amici e l’irresistibile amore per il basket.

Anche martedì mattina, prima di partire per Roma, era passato da Bagni 27, lo stabilimento balneare del suo amico ed ex compagno di squadra Lorenzo Andreani. Lo stava corteggiando per riportarlo alla Virtus Civitanova, la squadra nella quale “Attila” aveva militato nelle ultime due stagioni, la prima delle quali proprio condividendo lo spogliatoio con “Lollo”. «Non serve avere un legame di sangue per essere fratelli», lo ricorda Andreani, postando l’ultima foto insieme, poche ore prima di quello che nessuno poteva ancora sapere sarebbe stato il suo ultimo viaggio.

È facile dire oggi di Attilio che è stato la bandiera per eccellenza del basket recanatese e uno dei campioni più stimati e ammirati di tutto il movimento cestistico marchigiano. Ma gli inizi, con papà Giuseppe patron della Us Basket Recanati, doveva convivere con la pressione di chi poteva vedere in lui il classico “figlio di”. E allora, finite le giovanili a Porto Recanati, via lontano da casa per dimostrare di valere la fiducia per i mezzi tecnici e fisici a disposizione, non per il cognome sulla carta d’identità.Tra la Serie C1 di Porto San Giorgio e la C2 di Castelraimondo, lo sbarbato Attilio si fa le ossa, lontano dagli sguardi maligni e dall’invidia, e dimostra ampiamente di potersela meritare sul campo la maglia della squadra di papà.

A Recanati torna nel 2003 con i leopardiani in Serie C1. Chi può pensare allora che quella canotta gialloblu col numero 8 sul petto non se la toglierà più, almeno fino a quando, nell’estate 2018, la società chiuderà i battenti.

Attilio è una forza della natura in campo, per cui dalla storpiatura del suo nome è facile arrivare al nomignolo “Attila”: come il leggendario capo dei barbari, in campo domina gli avversari, eppure lo fa con un carisma magnetico ma gentile, mai sopra le righe. Nel 2008 il primo salto: la vittoria del campionato di C1 nella finalissima contro Castel Guelfo che porta Recanati per la prima volta della sua storia in Serie B2. Un anno di apprendistato per la scalpitante matricola gialloblu e nel 2010 è già di nuovo festa: ecco la promozione in A Dilettanti, con Attilio che chiude come capocannoniere del campionato a 18 punti a partita. Una doppietta inebriante. «Ti vorrò sempre un mondo di bene» è il messaggio di Marco Caldarelli, oggi titolare della piadineria Zero733 a Civitanova, ma allora playmaker della Recanati targata Larms che operò lo storico doppio salto.

Passo dopo passo, la Usbr cresce e il giovane Pierini lo fa con lei. Sono anni magici, un sogno per qualsiasi sportivo: diventare l’idolo sportivo della propria terra natale. «Attilio, per noi più giovani, è stato il Kobe Bryant di Porto Recanati – firma Alberto Matassini, coach portorecanatese della Delser Udine, in Serie A2 femminile – lui era il simbolo. Quello che ce l’aveva fatta, con dedizione, passione e perseveranza. Quello che aveva dedicato tutta la carriera alla stessa maglia, finché è esistita. Quello che nonostante l’età e gli infortuni, ancora voleva sudare e divertirsi dentro il campo. E sopra a tutto questo, era un gran ragazzo e meritava ben altro».

Il giovane Attilio, che con Kobe condivide anche il numero 8 sulla canotta, la vive come avrebbe fatto ogni ragazzo della sua età: allenandosi duro di giorno, concedendosi qualche scorribanda lungo i locali del litorale la sera. Una presenza fissa nella movida e quel suo sorriso ammiccante ne ha stese di ragazze. Almeno finché non è arrivata lei, Francesca. La ragazza che gli ha rubato il cuore e che nel 2016 porterà all’altare.

Intanto però Recanati è diventata una presenza sempre più solida nel panorama del basket nazionale. La A Dilettanti, allora terza serie, è tosta ma i leopardiani ci restano aggrappati con le unghie e con i denti. I giocatori vanno e vengono, americani e non, ma Pierini e Recanati sono ormai praticamente sinonimi. «Attilio, è stato un onore condividere il campo con te», il messaggio che firma il pivottone americano Kenny Lawson, la scorsa stagione a Mantova, cui fa eco un altro amato ex gialloblu, Ryan Pettinella. «Ti ricorderemo per sempre, sei unico, capitano».

L’apice della cavalcata leopardiana arriva nel 2015, quando il terzo posto in stagione regolare nell’allora Serie A2 Silver porta Pierini e compagni allo storico accesso ai playoff con in palio la Serie A. Recanati se la gioca contro Ferentino, vince addirittura gara 1 del primo turno fuori casa con un Pierini da 13 punti, prima di abbandonare i sogni di gloria. «Non solo ho perso un ex-compagno, oggi ho perso un amico – dice Dimitri Lauwers, giocatore belga che dopo l’esperienza in gialloblu ha fatto di Porto Recanati la sua casa – non ho parole per la rabbia che mi sta venendo».

Inizia l’inesorabile discesa per la squadra, che attanagliata dalle difficoltà economiche retrocede in B nel 2017. Papà Giuseppe ama troppo la sua creatura per lasciarla morire senza un ultimo sussulto e allora l’ultimo giro di giostra per i gialloblu è in B nella stagione 2017/2018. Una stagione di alti e bassi, che segna la fine in tono minore di quell’amore iniziato tanti anni prima. «15 anni della mia vita non si possono nascondere – scrisse Attilio su Facebook al momento di chiudere la parentesi sportiva più importante della sua carriera – 15 anni dove sono cresciuto sia come giocatore ma anche come uomo. 15 anni di sconfitte ma soprattutto di grandi vittorie che ci hanno portato dalla C alla A2. Da 9 o 10 anni, neanche lo ricordo più, fiero di essere stato il capitano in giro per l'Italia con quei colori. Avrei voluto finire la carriera con questa maglia, la mia maglia, quasi come una seconda pelle, ma purtroppo non sarà possibile. Grazie comunque a tutti dai tifosi vicini, ai dirigenti, agli allenatori passati e tutte le persone che hanno fatto parte dello staff ma soprattutto grazie al presidente primo tifoso che è riuscito a portare una città come Recanati che di basket aveva poca tradizione a livelli top in Italia praticamente da solo. Meno grazie a tutti quelli che hanno sempre snobbato questa realtà d'élite e che avrebbero potuto fare di più vedi imprenditori locali lasciando finire questa avventura così e a tutti quelli che vedono del marcio dove invece c'è sempre stata solo passione e tanti sacrifici. Per il resto grazie ancora a tutti. Per sempre nel cuore ciao Recanati».

Un addio che non significava ritiro, anzi, una nuova sfida: quella nella vicina Civitanova, che in lui vedeva ancora l’ardore del ragazzino che voleva sgomitare per diventare grande. Missione compiuta, purtroppo, solo a metà. «Siamo stati insieme due sole stagioni ed entrambe le volte non sei riuscito a terminarle – dice il coach virtussino Emanuele Mazzalupi, che, beffarda ironia della sorte, ha potuto condurlo in panchina da capo allenatore solo per una partita, l’ultima prima del lockdown – eri pronto e "bullente" per affrontare la prossima, non ti avrebbe fermato né un serio infortunio né una pandemia. Ero carico almeno quanto te. Non sarà per niente tutto uguale da ora in poi. Un forte abbraccio...rimarrai per sempre nei nostri cuori e sono sicuro che mi accompagnerai sempre sempre sempre».

L’ultima intervista l’aveva rilasciata al podcast Immarcabili giusto qualche mese fa. I 39 anni ormai alle porte e un brutto infortunio al ginocchio che ne aveva rallentato la corsa nelle ultime due stagioni potevano far pensare a propositi di ritiro. «Scherzate? Non sarà un ginocchio a decidere quando lascerò il basket. Lo farò io, quando sarò pronto».

Non ha potuto decidere lui quando appenderle le scarpette al chiodo. Evidentemente non era questo il suo destino.

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Questo è un articolo pubblicato il 24-06-2020 alle 10:38 sul giornale del 25 giugno 2020 - 2904 letture

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